MappaDa cittadino comune è la domanda che mi pongo spesso e volentieri in quest’ultimo periodo: “Chieti quale sarà il suo futuro?!“, bè io, da buon pessimista di natura, il futuro lo vedo sempre più confuso, forse, in un primo momento,  perché influenzato dalla probabile cancellazione dal professionismo della società calcistica, che fino ad oggi, pare stia scomparendo.
Poi dialogando, ancora con me stesso in modo più profondo, mi rendo conto che non può essere una squadra di calcio a determinare il futuro di una comunità così antica, ma è comunque la risultante di una serie di comportamenti di taluni attori.

Pensando in maniera più analitica e meno da tifoso mi rendo conto che, nonostante la mia pur breve vita rispetto alla storia centenaria di questa città, il declino economico e di leadership di Chieti è riscontrabile, non solo nella sua pur gloriosa squadra di calcio, ma anche in altri aspetti che, anche se non direttamente imputabili al sistema sociale o politico, hanno visto modificare lo “status vivendi” dei nostri concittadini.
Ripenso per esempio alla zona industriale quando, nei periodi di boom era divenuta motore fondante dell’economia cittadina, sembrava che quell’area fosse nata su una sorta di “terra-santa” e lì si poteva mettere sù anche una fabbrichetta di acqua calda che il lunario lo si sbarcava tranquillamente.
Senza tener conto poi dell’indotto: ovvero operai, impiegati e lavoratori autonomi che orbitavano intorno a queste attività e che, di conseguenza alimentavano il settore del commercio al dettaglio e figurarsi: non esisteva nemmeno la grande distribuzione !
Così oggi ci si è ritrovati a riciclarsi ed inventarsi un nuovo prodotto pur di far vedere che Chieti è ancora attiva.
Spesso mi capita di vedere, uno dei cartelloni di benvenuto posti agli “ipotetici” ingressi della città su cui campeggiano l’Achille a cavallo ed il Guerriero di Capestrano e su cui spicca lo slogan tipo “dove c’è Barilla c’è casa”: “Chieti città d’arte e di cultura”; non è che non sia d’accordo con il suo contenuto o sul messaggio che vuole lanciare, ma immagino che, prima o poi, passando lì vicino, fissandomi, Achille ed il Guerriero mi esclamino:” Ma quanto c_ _ _ o volete camparci ancora con questo ritornello?!”.
Chieti (vecchia e nuova), con il suo gran fermento, era una grande piattaforma produttiva, era il luogo di interscambio, era il luogo del patto sociale tra le comunità e la parola cultura è sempre stata intesa come un elemento per ingentilire la componente più tangibile, più produttiva della città, quasi da far credere che non si leggevano solo gli estratti conto del proprio conto corrente.
Oggi la parola cultura è divenuta da corredo a presunto elemento economico fondante per la nostra città.

L’ultima ancora di salvataggio e con questo non voglio sminuire affatto il suo significato, ma il concetto di “cultura” non può essere solo un aggettivo qualificante dovuta esclusivamente alla data della nascita della città, ma il significato di cultura deve essere allargato, passatemi il termine “evoluto”.
La cultura dovrebbe essere intesa non solo come valore aggiunto alla città, ma come sua matrice costitutiva e la città dovrebbe essere in grado, non soltanto di alimentare la cultura che possiede, ma anche, di generare nuova cultura, urbana, della partecipazione, dello stare sul territorio, dell’identificazione anche fuori dello stesso contesto comunale.
Ovviamente uno degli strumenti per questo obbiettivo è la strutturazione della cultura che non è soltanto conservazione del patrimonio culturale, non è soltanto miglioramento dei servizi, non è soltanto incremento della fruizione o marketing, ma è tutto questo insieme.
Questo nuovo concetto di “cultura” deve divenire l’armatura della città, un’armatura che è contemporaneamente struttura fondativa della città, ma è anche corazza capace di proteggere da scelte sbagliate e da attacchi esterni, fenomeno, quest’ultimo, che credo sia la causa principale del deperimento di Chieti (almeno per la parte antica).
La cultura non deve essere più solo il patrimonio artistico,  il Teatro Marrucino o, fin’anche, la Villa Comunale, ma la questione è che se noi continuiamo a ragionare con una struttura culturale ferma, non usciremo mai da questo di processo di necrosi identitaria.
La cultura è lì dove qualcuno ha un messaggio da dare, una comunicazione da fare, una condivisione, dove c’è movimento di passione, dove c’è chi fa notare anche  lo scontato o il principio innovatore.
Per questo è anche importante creare un’alleanza tutti insieme: amministratori, associazioni culturali, sportive, identitarie, semplici cittadini, al fine di moltiplicare, decuplicare il livello di risorse perché l’intera città diventi produttrice di questo tipo cultura, dove la parte politica non programmi cultura a modo di “codice morse”.
Questo processo di “riconfigurazione” implica quindi un “distretto culturale” che non è soltanto un modello organizzativo teorico delle istituzioni presenti, ma è un grande progetto di ristrutturazione anche spaziale della città.
Una città che voglia costruire il suo futuro configurando un distretto culturale dovrà anche conformare gli spazi, individuare luoghi perché il distretto si realizzi, individuare i migliori sistemi di accessibilità, i sistemi di ospitalità, la capacità di accoglienza non può essere secondaria.
Per cui il distretto culturale diviene quindi un grande progetto di riqualificazione urbana, di rigenerazione urbana.

E così potremo finalmente sentire una sensazione di rinascita, che passa attraverso la promozione di questa capacità della città di generare cultura con un grande progetto di riqualificazione anche spaziale, una riconfigurazione delle aree e degli ambienti e dell’economia, senza compartimenti stagni o oasi nel deserto.
Quanti riscontri pratici potremmo trovare a Chieti, che confermi, questa teoria, ma quanti amministratori troveremo ancora che si non si riscontrano, per convenienza ed opportunismo, in questa stessa teoria!?!